Tra i vescovi che hanno segnato la vita della Chiesa nel XVI secolo, la figura di San Tommaso da Villanova si impone con singolare rilievo. Nato a Fuenllana nel 1488, entrò giovanissimo tra gli agostiniani, distinguendosi per la severità dei costumi e la profondità dello studio. Ma la sua vera grandezza si manifestò quando, nel 1544, fu chiamato da Paolo III alla sede metropolitana di Valencia. L’episcopato di Tommaso non fu un semplice esercizio di governo, ma una legislazione vivente della carità. La sua autorità pastorale si radicava nella convinzione che il vescovo, come supremo custode del munus regendi, deve non solo amministrare i beni ecclesiastici, ma convertirli in strumenti di giustizia sociale e di promozione del bene comune. La tradizione canonica, dalla Didascalia Apostolorum fino ai decreti del IV Concilio Lateranense, aveva sempre sottolineato che il vescovo deve provvedere alla cura dei poveri. San Tommaso, con rara coerenza, fece di questo principio una realtà concreta: distribuiva le rendite episcopali quasi interamente ai bisognosi, fino al punto che il popolo lo soprannominò “Padre dei poveri”. La sua figura mostra come la carità episcopale non sia solo virtù privata, ma obbligazione giuridica derivante dal munus ricevuto nella consacrazione.
Uno dei suoi gesti più significativi fu la fondazione del Seminario della Presentazione, anticipando in modo profetico i decreti tridentini. Lì si vede il suo acume giuridico e pastorale: egli comprese che la formazione dei chierici non poteva essere lasciata al caso o alla sola buona volontà, ma doveva essere istituzionalizzata, garantita da un ordinamento stabile. In ciò Tommaso si pone come precursore della disciplina che il Concilio di Trento sancirà nel decreto Cum adolescentium aetas (1563), che rende obbligatori i seminari diocesani. La sua intuizione mostra come l’ufficio episcopale non sia solo conservazione della tradizione, ma anche capacità normativa creatrice, esercizio autentico di potestà legislativa a servizio della Chiesa universale. San Tommaso non fu soltanto uomo di carità, ma anche di dottrina. La sua predicazione, sempre radicata nella Sacra Scrittura e nella tradizione agostiniana, mirava a formare le coscienze e a richiamare i fedeli alla purezza della fede. In un’epoca segnata da tensioni dottrinali e da spinte riformatrici talvolta ambigue, la sua voce fu chiara: difese l’ortodossia, sostenne le missioni nel Nuovo Mondo, richiamò i potenti alle loro responsabilità verso i poveri. In lui si avverte la forza di colui che, pur non scrivendo codici o trattati giuridici, seppe incarnare il diritto divino nella vita pastorale, trasformando la diocesi in un laboratorio di autentica riforma ecclesiale. Il magistero di San Tommaso da Villanova resta attuale: in un tempo in cui la Chiesa è chiamata a mostrare il volto misericordioso di Cristo, la sua testimonianza ricorda che la funzione episcopale non si esaurisce nell’amministrazione, ma è sacramento di carità e di giustizia. La sua fondazione del seminario richiama i pastori a vigilare sulla formazione integrale dei futuri sacerdoti, affinché siano autentici pastores gregis e non mercenari. La sua carità verso i poveri richiama invece che il munus regendi è sempre ordinato al bonum commune Ecclesiae, non come semplice filantropia, ma come obbligazione giuridica e sacramentale derivante dal vincolo della consacrazione episcopale.
San Tommaso da Villanova è dunque modello di vescovo riformatore, legislatore profetico, giurista della carità. In lui la pastorale e il diritto si fondono, mostrando che la legge canonica non è mai sterile norma, ma espressione viva della lex caritatis, quella stessa legge che Cristo incise nel cuore della sua Chiesa.