Vi sono uomini che cercano Dio fuggendo dal rumore del mondo e ve ne sono altri che, dopo averlo incontrato nel silenzio, tornano nel mondo per trasformarlo. Sant’Egidio appartiene a questa seconda schiera: eremita nel cuore, abate per obbedienza, padre di monaci, evangelizzatore di popoli. La tradizione lo colloca originario di Atene e racconta che, giunto nella Francia meridionale, scelse la solitudine di un bosco presso la foce del Rodano per consacrarsi interamente a Dio. Lontano dalle città e dagli uomini, fece della povertà il proprio tesoro e del silenzio il proprio monastero: pregava, digiunava, viveva di erbe, radici e frutti selvatici, dormiva sulla terra nuda e posava il capo sopra una pietra. Ma la santità autentica non è fuga sterile dal mondo: è imparare ad appartenere così profondamente a Dio da poter poi appartenere agli uomini senza lasciarsi possedere dal mondo. E così la Provvidenza, secondo il racconto della tradizione, entrò nell’eremo di Egidio attraverso una creatura fragile e innocente: una cerva che ogni giorno gli offriva il proprio latte. Quell’animale divenne quasi il segno visibile della tenerezza divina verso l’uomo che aveva scelto di perdere tutto per trovare Dio. Poi arrivò il giorno nel quale il silenzio dell’eremita fu spezzato da una battuta di caccia. Il re Flavio, inseguendo la cerva, scagliò una freccia che, invece dell’animale, colpì Egidio. E qui la leggenda assume una bellezza quasi evangelica: ciò che sembrava una disgrazia divenne l’inizio di una nuova missione. Il sovrano, colpito dalla mitezza e dalla santità dell’uomo ferito, si avvicinò a lui; dall’incontro nacque una profonda amicizia e il re gli offrì una grande distesa di terra affinché vi sorgesse un monastero. Egidio avrebbe potuto rimpiangere per sempre la solitudine perduta; invece comprese che quando Dio cambia il luogo della nostra vita, non necessariamente cambia la nostra vocazione: spesso la porta alla sua pienezza. L’eremita divenne abate. L’uomo che aveva cercato Dio nella solitudine divenne padre di una comunità. Il suo eremo si trasformò in abbazia, e attorno a lui nacque quella realtà monastica che avrebbe preso il nome di Saint-Gilles. È qui che la vita di Egidio diventa una grande lezione per la Chiesa: la vera solitudine non consiste nell’essere lontani dagli uomini, ma nell’essere talmente vicini a Dio da poter amare gli uomini senza possederli. Egidio non abbandonò la vita ascetica quando divenne abate; la trasformò in servizio. La preghiera dell’eremita diventò la preghiera del padre spirituale; il digiuno diventò disciplina dell’anima; la povertà diventò testimonianza; il silenzio diventò sapienza; la sua esperienza di Dio diventò scuola per altri uomini. E insieme ai suoi monaci intraprese una grande opera di evangelizzazione e di civilizzazione della regione che oggi conosciamo come Linguadoca. Dissodare la terra, rendere fertili i campi, aprire vie, costruire comunità, educare gli uomini e annunciare il Vangelo: tutto questo, nella visione cristiana, appartiene alla medesima missione. Il monaco non trasforma soltanto la propria anima: quando la sua santità è autentica, lascia dietro di sé una terra più feconda, una comunità più umana e un Vangelo più visibile. Egidio fu ricordato per la sua vita penitente e per i numerosi prodigi attribuiti alla sua intercessione, tanto da essere venerato nella tradizione come grande taumaturgo. Ma la grandezza di un santo non consiste soltanto nei miracoli che gli vengono attribuiti: consiste nel miracolo più difficile, quello di trasformare una vita ordinaria in una vita interamente donata a Dio. Per questo il suo culto attraversò i confini della Francia e raggiunse Belgio, Olanda e Italia, dove ancora oggi numerosi luoghi conservano la memoria del suo nome. Particolarmente suggestiva è la devozione di Latronico, in Basilicata, legata alla tradizione della cosiddetta “manna” di Sant’Egidio, il liquido che secondo le cronache trasuderebbe dall’immagine del Santo. La Chiesa, di fronte a fenomeni di questo genere, invita sempre al discernimento e distingue la fede dalla credulità; ma anche al di là dell’interpretazione dell’evento, rimane il significato spirituale che la devozione popolare vi ha riconosciuto nel corso dei secoli: il popolo cristiano ha cercato nel Santo un intercessore, un padre, un uomo capace di ricordare che il cielo non è lontano dalla terra quando un cuore si consegna veramente a Dio. La figura di Egidio parla dunque potentemente anche all’uomo contemporaneo, che vive circondato da rumore e spesso incapace di ascoltare il silenzio della propria anima. Egidio ci ricorda che bisogna ritrovare l’eremo interiore. Prima di evangelizzare il mondo, bisogna lasciare che Dio evangelizzi il nostro cuore. Prima di parlare agli uomini di Dio, bisogna imparare a stare davanti a Dio. Prima di diventare padri degli altri, bisogna accettare di essere figli. Ma la sua vita ci dice anche che il cristiano non può fermarsi a una spiritualità ripiegata su se stessa. Dio può chiamare l’eremita fuori dall’eremo; può trasformare la cella in monastero, la solitudine in comunità, la contemplazione in apostolato. Egidio passa dalla grotta alla comunità, dal silenzio alla predicazione, dalla penitenza personale alla responsabilità di una moltitudine. È una parabola splendida della vita cristiana: chi ha incontrato veramente Dio non diventa più distante dagli uomini, ma diventa capace di amarli più profondamente. E quando giunge il 1° settembre del 720, secondo la tradizione, e l’anacoreta ormai divenuto abate consegna la propria anima a Dio, Egidio lascia dietro di sé qualcosa di più grande di una tomba, di un monastero o di una leggenda: lascia la testimonianza di un uomo che non ha cercato se stesso. Ha cercato Dio. E proprio per questo ha trovato gli uomini. Ha cercato il deserto e ha trovato una comunità. Ha cercato il silenzio e ha trovato una voce per il Vangelo. Ha scelto la povertà e ha generato una ricchezza spirituale destinata a secoli di venerazione. Questa è la misteriosa legge della santità: quando l’uomo perde se stesso per Dio, Dio restituisce la sua vita moltiplicata nel bene degli altri. Sant’Egidio rimane così davanti alla Chiesa come l’uomo dell’eremo e dell’abbazia, della solitudine e della fraternità, della contemplazione e dell’azione. E la sua memoria sembra dirci ancora oggi: entra nel silenzio, perché nel silenzio Dio parla; impara la penitenza, perché un cuore purificato diventa libero; servi i fratelli, perché la santità che non diventa carità è ancora incompiuta; e quando Dio ti chiederà di uscire dal tuo piccolo eremo, non avere paura, perché forse proprio là dove pensavi di aver perso la tua solitudine Egli ti sta consegnando una missione più grande. Egidio cercava Dio nel bosco; Dio lo trovò nel cuore della sua solitudine e lo condusse verso gli uomini. Così l’eremita divenne abate, l’abate divenne padre, il padre divenne apostolo, e l’uomo che aveva scelto il silenzio divenne, attraverso i secoli, una voce che ancora oggi parla alla Chiesa.