Il lago di Tiberiade scintillava sotto il sole di Galilea, mentre la vita della gente scorreva tra pescatori, mercanti e viandanti. A Cafarnao, città viva e attraversata dalle strade dei commerci, sedeva Matteo – chiamato anche Levi – al banco delle imposte. Il suo compito era chiaro: riscuotere tasse per conto dell’impero romano. Nulla di più odioso per i suoi connazionali, che vedevano nei pubblicani non solo strumenti dell’oppressione straniera, ma anche uomini spesso avidi e corrotti. Matteo conosceva bene il disprezzo degli altri, i loro sguardi di condanna, il mormorio dietro le sue spalle. Forse ci si era abituato, forse aveva indurito il cuore. Ma dentro di lui, come accade a ogni uomo, c’era una ferita segreta: il desiderio di una vita diversa, il bisogno di un senso che il denaro non poteva comprare. Un giorno, mentre era al banco, passò un Rabbi, circondato da alcuni discepoli. Non lo guardò con odio né con diffidenza. Non gli rivolse accuse, non gli rinfacciò i peccati. Semplicemente lo fissò con quello sguardo che sa penetrare l’anima e gli disse una sola parola: “Seguimi”. Fu l’istante decisivo. Matteo, che conosceva la sua colpa e la sua condizione di peccatore, comprese che quell’invito era la possibilità di una vita nuova. Non discusse, non chiese spiegazioni, non prese tempo. Si alzò e lo seguì. In quel gesto semplice, che agli occhi del mondo poteva sembrare follia, si consumò la sua vera conversione: lasciare tutto per guadagnare Cristo. Come segno di riconoscenza, Matteo volle offrire a Gesù un banchetto nella sua casa. E lì si sedettero insieme non solo il Maestro e i discepoli, ma anche pubblicani e peccatori. La scena suscitò scandalo negli scribi e nei farisei, che non potevano concepire un Rabbì in compagnia di uomini così impuri. La risposta di Gesù attraversò i secoli: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.” Quella frase, pronunciata davanti a lui, divenne la sintesi della vita di Matteo: un peccatore guarito dalla misericordia. Matteo non solo entrò a far parte dei Dodici, ma divenne anche autore del Vangelo che porta il suo nome. Probabilmente lo scrisse in aramaico, la lingua del popolo, per i cristiani provenienti dall’ebraismo.
Il suo intento era chiaro: mostrare che Gesù è il Messia, colui che porta a compimento le promesse dell’Antico Testamento. Per questo, nelle sue pagine, risuonano spesso le parole: “Questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta…”. Il suo Vangelo è il più “catechistico”: raccoglie i discorsi di Gesù, primo fra tutti il Discorso della Montagna, e guida la comunità a vivere il Vangelo come legge nuova, superiore a quella mosaica, perché scritta non sulla pietra ma nel cuore. Dopo la Pentecoste, Matteo annunciò Cristo con coraggio. Secondo alcune tradizioni, evangelizzò la Palestina e poi altre terre, forse fino all’Etiopia. Alcune fonti sostengono che morì di morte naturale, altre raccontano di un martirio. Ciò che è certo è che la sua vita non fu più quella del pubblicano legato al denaro: fino alla fine, fu testimone di Colui che lo aveva chiamato con uno sguardo. Le sue reliquie oggi riposano nella cripta del Duomo di Salerno, dove ogni anno, il 21 settembre, la città intera lo onora con solenne processione, riconoscendolo come suo patrono. La vicenda di Matteo ha ispirato l’arte. Il Caravaggio, nella “Vocazione di San Matteo” custodita a San Luigi dei Francesi a Roma, ha colto il momento esatto di quell’incontro. La luce non entra dalla finestra, ma promana da Cristo stesso, che tende il dito verso l’esattore. Matteo, colto di sorpresa, si indica il petto quasi a chiedere: “Proprio io?” È l’istante della grazia che irrompe nell’oscurità di una vita comune. Quella stessa immagine toccò profondamente Papa Francesco, che ammise di sentirsi come Matteo: “un peccatore sul quale il Signore ha posato il suo sguardo”. San Matteo ci ricorda che nessuno è escluso dalla chiamata di Cristo. Non importa quanto siano gravi le nostre colpe, non importa quante volte siamo stati giudicati o disprezzati: Gesù ci cerca e ci dice ancora oggi: “Seguimi”. Sta a noi rispondere come Matteo: alzarci, lasciare il banco delle nostre schiavitù e camminare dietro al Maestro.