San Lorenzo Ruiz e i suoi compagni martiri appartengono a quella schiera di testimoni nei quali la Chiesa contempla, attraverso il sangue versato, la forza inesauribile del Vangelo e l’universalità della fede cristiana. Siamo nel XVII secolo, in un’epoca nella quale l’annuncio di Cristo raggiunge le lontane terre dell’Estremo Oriente e trova, soprattutto nelle regioni del Giappone, delle Filippine e di quella che allora era chiamata Formosa, oggi Taiwan, un terreno nel quale la Parola di Dio incontra culture antichissime, tradizioni profonde e, ben presto, anche l’ostilità delle autorità. In queste terre operano con particolare dedizione i Domenicani, l’Ordine dei Predicatori, uomini che non considerano la distanza, il pericolo e persino la morte come ostacoli all’annuncio del Vangelo, ma come la prova estrema di una fedeltà che non conosce compromessi. La loro presenza diviene così una testimonianza concreta della cattolicità della Chiesa: il Vangelo non appartiene a una nazione, a un popolo o a una cultura, perché Cristo è venuto per tutti gli uomini e la sua Croce non conosce confini. Inizialmente tollerato, il cristianesimo comincia a essere percepito come una minaccia quando la predicazione dei missionari conduce numerose persone alla conversione e la fede cristiana si diffonde rapidamente. L’autorità dello shogunato reagisce con crescente durezza e la persecuzione diviene sistematica. Il 28 febbraio 1633 lo shogun Tokugawa Iemitsu, supremo capo militare del Giappone, emana nuovi provvedimenti contro gli stranieri e contro i seguaci della nuova religione, dando ulteriore impulso alla repressione dei cristiani e alla loro prigionia. Non era, tuttavia, la prima volta che il Giappone vedeva scorrere il sangue dei discepoli di Cristo: già negli anni precedenti, tra il 1617 e il 1632, circa duecento cristiani avevano affrontato la persecuzione e il martirio. Ma la storia della Chiesa custodisce una misteriosa verità: quando gli uomini tentano di spegnere una testimonianza con la violenza, spesso è proprio quella testimonianza a diventare ancora più luminosa. In questo scenario emerge la figura di Lorenzo Ruiz, nato a Binondo, distretto di Manila, capitale delle Filippine. Lorenzo era un uomo immerso nella vita ordinaria, marito e padre di famiglia, e proprio questa dimensione rende ancora più luminosa la sua testimonianza: egli non era un uomo estraneo al mondo, ma un cristiano chiamato a vivere la propria fede nella quotidianità, fino a scoprire che anche la famiglia, il lavoro, le responsabilità e l’amore possono diventare il luogo nel quale Cristo domanda una fedeltà senza riserve. La sua vita si intreccia con quella dei missionari domenicani della Provincia del Santo Rosario, impegnata nell’evangelizzazione delle terre asiatiche. Lorenzo accompagna i missionari e svolge il proprio apostolato in diversi luoghi, tra i quali Taiwan e il Giappone, fino a quando la persecuzione lo raggiunge e lo conduce davanti alla prova suprema. Il 29 settembre 1637 Lorenzo Ruiz viene martirizzato in terra nipponica. In quell’istante l’uomo diventa testimone, il testimone diventa martire e il martire diventa memoria viva della Chiesa. Attorno a Lorenzo si raccoglie una corona di compagni, uomini e donne provenienti da terre diverse, accomunati dall’appartenenza o dal legame con l’Ordine domenicano e dalla medesima fedeltà a Cristo: Domenico Ibáñez de Erquicia Pérez de Lete, sacerdote; Francesco Shoyemon, novizio; Giacomo Kyuhei Gorobioye Tomonaga, sacerdote; Luca Alonso Gorda, sacerdote; Matteo Kohioye, novizio; Maddalena di Nagasaki, terziaria domenicana e agostiniana; Marina di Omura, terziaria domenicana; Giacinto Giordano Ansalone, sacerdote; Tommaso Hioji Kokuzayemon Nishi, sacerdote; Antonio Gonzalez, sacerdote; Guglielmo Courtet, sacerdote; Michele Léibar Garay di Aozaraza, sacerdote; Vincenzo Shiwozuka, sacerdote; Lazzaro di Kyoto, laico.