Ci sono momenti nella storia della salvezza nei quali Dio sembra aver perduto tutto, e proprio allora alcuni uomini scoprono finalmente il coraggio di appartenere a Lui. Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo sono gli uomini dell’ultima ora, ma non nel senso della rassegnazione: sono gli uomini che arrivano quando Cristo è stato condannato, flagellato, crocifisso e ucciso, quando i discepoli sono fuggiti, quando la speranza sembra sepolta insieme al corpo del Maestro. Ed è proprio allora che essi escono dall’ombra. Il Vangelo di Giovanni li presenta accanto al corpo di Gesù: Giuseppe, «discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei», chiede a Pilato il corpo del Signore; Nicodemo, quello che era venuto da Gesù «di notte», porta una quantità straordinaria di mirra e aloe. È una scena silenziosa, ma di una potenza spirituale immensa: due uomini che avevano cercato Cristo nel segreto ora sono davanti a tutti, nel momento più pericoloso, per prendersi cura del suo corpo. La fede che prima aveva avuto paura finalmente diventa coraggio; la fede notturna diventa fede alla luce della Croce. Giuseppe d’Arimatea era un uomo autorevole, membro del Sinedrio, uomo conosciuto e stimato; Nicodemo era fariseo, dottore della Legge, uomo appartenente alle élite religiose di Gerusalemme. Avevano molto da perdere. Proprio per questo il loro gesto acquista un valore immenso. Durante la vita pubblica di Gesù avevano potuto incontrarlo nella discrezione; ora devono esporsi quando essere riconosciuti come suoi discepoli può significare condividere la sorte del condannato. È facile stare dalla parte di Cristo quando Cristo viene acclamato; è molto più difficile stare dalla parte di Cristo quando Cristo è sulla Croce. Giuseppe allora mette a disposizione ciò che possiede: la propria influenza, il proprio coraggio, il proprio sepolcro. Nicodemo mette a disposizione ciò che ha: gli aromi preziosi con i quali onorare il corpo del Maestro. Non hanno più una predicazione da ascoltare, non hanno più un miracolo da vedere, non hanno più una parola da ricevere. Hanno davanti soltanto un corpo senza vita. Eppure si avvicinano. Questa è la grandezza della loro fede: non hanno ancora visto la Risurrezione, ma scelgono di servire Cristo anche quando sembra che tutto sia finito. Giuseppe chiede a Pilato il corpo di Gesù. È un gesto rischioso, quasi scandaloso nella sua semplicità. In un mondo nel quale il cadavere del condannato poteva essere lasciato alla vergogna, Giuseppe restituisce dignità al Crocifisso. Offre il proprio sepolcro, un sepolcro nuovo, destinato forse a se stesso, e lo consegna a Gesù. È come se dicesse: «Questa tomba era stata preparata per me, ma ora sarà per Te». E qui appare una verità spirituale di enorme profondità: chi dona a Cristo ciò che possiede scopre che Dio può trasformare perfino una tomba in una soglia di speranza. Nicodemo arriva portando mirra e aloe. È lo stesso uomo che anni prima era venuto da Gesù di notte. Quella notte non era stata soltanto un’ora del giorno: era stata la condizione della sua anima. Aveva cercato Gesù senza voler essere visto, aveva posto domande, aveva ascoltato parlare di una nascita nuova, di acqua e di Spirito, del mistero del Regno. Poi era intervenuto nel consiglio per ricordare che la Legge imponeva di ascoltare un uomo prima di giudicarlo. Ma ora non parla più. Ora agisce. La fede autentica arriva sempre a un momento nel quale le parole devono diventare gesti. Nicodemo, che era arrivato di notte, ora entra nel crepuscolo della Passione con una quantità immensa di profumi. È come se la sua anima avesse finalmente compreso ciò che la sua mente cercava ancora di afferrare. Non viene più soltanto a interrogare Gesù: viene a servirlo. E quale straordinaria pedagogia della fede c’è in questo passaggio: prima lo cerca, poi lo ascolta, poi lo difende, infine lo serve. Così nasce un discepolo. Non improvvisamente, ma attraverso un lungo cammino interiore. Giuseppe e Nicodemo ci insegnano soprattutto che Dio non disprezza le nostre esitazioni, ma ci chiama a superarle. Non tutti arrivano alla fede con il coraggio immediato degli apostoli. Alcuni arrivano di notte. Alcuni arrivano lentamente. Alcuni hanno paura. Alcuni hanno bisogno di domande, di silenzio, di tempo. Ma la grazia di Dio sa trasformare anche una fede timida in una fede capace di esporsi. E il momento nel quale Giuseppe e Nicodemo diventano veramente discepoli è proprio quello nel quale Cristo sembra non avere più nulla da offrire loro. Non ci sono miracoli. Non ci sono folle. Non c’è gloria. C’è una Croce. C’è un corpo martoriato. C’è una tomba. Ed essi scelgono Cristo quando umanamente Cristo non può più ricompensarli di nulla. Questa è una delle definizioni più pure dell’amore cristiano: amare non per ciò che si riceve, ma per ciò che si è disposti a donare. Il Vangelo ci conduce così davanti a un paradosso meraviglioso: mentre i potenti pensano di aver sepolto Gesù, due uomini apparentemente prudenti diventano i custodi del suo corpo; mentre il mondo considera conclusa la vicenda del Nazareno, essi preparano inconsapevolmente il luogo dal quale la morte sarà sconfitta. Il sepolcro è nuovo. Nessuno vi era ancora stato deposto. E quella tomba, che sembra essere il punto finale della storia, diventerà il luogo dal quale la storia cambierà per sempre. Dio ama cominciare proprio là dove l’uomo pensa di aver messo la parola fine. È questa la straordinaria forza spirituale della scena. Giuseppe offre il sepolcro, Nicodemo porta gli aromi, Maria è nel dolore, gli apostoli sono dispersi: tutto sembra avvolto dalla notte. Ma Dio sta preparando l’alba. Ecco perché la figura di Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo appartiene alla grande pedagogia della Chiesa. Essi insegnano a non vergognarsi di Cristo quando il mondo lo considera sconfitto. Insegnano che esiste un momento nel quale la prudenza deve lasciare il posto alla testimonianza. Insegnano che non basta ammirare Gesù in segreto: arriva l’ora nella quale bisogna avere il coraggio di esporsi per Lui. E insegnano anche qualcosa di profondamente umano: non è mai troppo tardi per diventare discepoli. Può esserci stata una notte intera di esitazioni, possono esserci state paure, silenzi, compromessi, domande senza risposta; ma arriva sempre un momento nel quale Cristo ci chiede di uscire dall’ombra. Giuseppe esce dall’ombra quando chiede il corpo. Nicodemo esce dall’ombra quando porta gli aromi. E la loro fede, finalmente, diventa visibile. Non sappiamo con certezza quale sia stato il destino storico successivo di Giuseppe e Nicodemo; la tradizione cristiana ha costruito attorno a loro molte narrazioni, alcune leggendarie, soprattutto riguardo a Giuseppe e al Santo Graal. Ma il Vangelo non ha bisogno della leggenda per renderli grandi. Ci basta ciò che abbiamo ricevuto: due uomini davanti al Crocifisso, due discepoli che non fuggono più, due mani che prendono il corpo di Cristo, due cuori che comprendono che l’amore vero non abbandona neppure quando sembra che Dio stesso sia stato sconfitto. E forse questa è la domanda che oggi la loro memoria rivolge a ciascuno di noi: dove siamo quando Cristo viene deposto dalla Croce? Siamo tra quelli che guardano da lontano? Tra quelli che hanno paura di essere riconosciuti? O siamo disposti ad avvicinarci, a prendere sulle nostre mani le ferite della Chiesa, a custodire ciò che il mondo disprezza, a difendere ciò che il mondo considera inutile, a servire Cristo quando non ci sono applausi, vantaggi o riconoscimenti? Giuseppe e Nicodemo ci insegnano che il vero discepolo non si riconosce soltanto da ciò che dice quando Cristo è glorioso, ma da ciò che fa quando Cristo sembra sconfitto. La fedeltà si misura nell’ora della Croce. E proprio lì, nel silenzio del sepolcro, mentre sembra calare definitivamente la notte, la Chiesa contempla uno dei misteri più belli della fede: gli uomini stanno seppellendo Cristo, ma Dio sta preparando la Risurrezione. Essi credono di chiudere una tomba; Dio sta per aprire la storia. Essi avvolgono un corpo nelle bende; Dio sta per sciogliere le bende della morte. Essi portano profumi per un morto; Dio sta preparando il profumo della Pasqua. Il sepolcro è chiuso agli occhi degli uomini, ma non è chiuso alla potenza di Dio. Per questo Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo non sono semplicemente due personaggi della Passione: sono due uomini che ci insegnano ad amare Cristo quando non lo comprendiamo, a servirlo quando non vediamo la vittoria, a rimanere fedeli quando tutto sembra perduto. E la loro storia lascia alla Chiesa una certezza che attraversa ogni secolo: quando l’uomo dice «è finita», Dio può essere appena all’inizio. Quando l’uomo vede una tomba, Dio vede una porta. Quando l’uomo vede la morte, Dio prepara la Risurrezione. Giuseppe e Nicodemo arrivarono alla tomba pensando di accompagnare Cristo nella morte; senza saperlo, stavano già preparando il luogo dal quale il mondo avrebbe ricevuto la vita.