Abramo, chiamato inizialmente Abram, sorge come una figura luminosa all’alba della storia della salvezza. È discendente diretto di Sem, figlio di Noè, e la sua genealogia si radica nell’antica Ur dei Caldei, città della Bassa Mesopotamia un luogo dove fiorivano la scienza e l’idolatria, la sapienza degli astri e la dimenticanza del vero Dio. In quell’universo di divinità mute e di sacrifici vani, un uomo – solo e libero – si prepara inconsapevolmente a ricevere la più grande rivelazione della storia: la voce del Dio unico, vivente e personale. Abramo vive con suo padre Terah, con la moglie Sara e con il nipote Lot. Nulla, a prima vista, lo distingue dagli altri: è un patriarca nomade, un pastore, un uomo di famiglia. Ma Dio guarda il cuore, e in quel cuore scorge una disponibilità assoluta, una docilità che diventerà paradigma della fede stessa. Quando Terah decide di lasciare Ur per recarsi verso la terra di Canaan, Abramo lo segue; ma la vera partenza non sarà geografica, bensì spirituale: un cammino che lo strapperà alla sicurezza, alle consuetudini e agli dèi degli uomini, per condurlo nel mistero di Dio. È a Harran, tra le valli della Mesopotamia settentrionale, che Dio pronuncia per la prima volta la sua parola creatrice e definitiva: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,1-3). Sono parole che cambiano la storia. Abramo ha settantacinque anni quando ascolta la voce del Signore. Non chiede prove, non pretende garanzie, non domanda spiegazioni: parte. Ecco la fede: partire senza sapere dove si va, fidandosi di una parola che non promette appoggi umani ma solo la presenza di Dio. È questa la “fede che giustifica”, la fede che san Paolo, nei secoli, additerà come fondamento della giustificazione per grazia (cf. Rm 4,3). Inizia così il grande pellegrinaggio: Abramo attraversa i territori di Sichem, di Betel, di Ebron, portando con sé il silenzio del deserto e la benedizione di Dio. Ovunque si ferma, costruisce un altare, segno di un’anima che non possiede la terra ma la santifica con la presenza del Signore. Il Signore, vedendo la sua fedeltà, rinnova la promessa: gli dona un’alleanza eterna, sigillata non con parole ma con un segno sacro, la circoncisione. In essa Abramo diventa “padre di una moltitudine di popoli”, e la sua discendenza – benché umanamente impossibile – è assicurata. Sara, sua sposa, sterile e avanti negli anni, riceve la visita del Signore sotto le querce di Mamre, dove tre misteriosi viandanti – immagine della Trinità, come la tradizione cristiana ha sempre letto – annunciano il miracolo: “L’anno prossimo avrai un figlio”. Sara ride, ma Dio non si offende del sorriso dell’uomo: lo trasforma in fede, e il figlio che nascerà si chiamerà Isacco, cioè “Dio ride”, perché in lui l’impossibile è divenuto gioia. Abramo non è un uomo senza prove. Egli deve affrontare la guerra, il rischio, la solitudine. Quando i re orientali invadono la terra e fanno prigioniero Lot, egli corre a liberarlo. Quando Dio gli annuncia la distruzione di Sodoma e Gomorra, non tace: intercede, discute, prega, osa persino “contrattare” con Dio. È il gesto di un amico che non ha paura di parlare al suo Signore. Per questo la Scrittura lo chiama “amico di Dio” (Gc 2,23), titolo che nessun altro uomo condivide con la stessa intensità. Ma la vetta della fede è ancora davanti a lui. Dio, che aveva promesso una discendenza numerosa come le stelle, un giorno gli chiede di sacrificare proprio Isacco, il figlio del sorriso e della promessa. È la notte della fede, il paradosso assoluto. Abramo non discute, non si ribella: si alza all’alba, prende il figlio, la legna, e sale sul monte Moria. Quando alza il coltello, l’angelo del Signore ferma la sua mano: “Non stendere la mano sul ragazzo, perché ora so che tu temi Dio”. Dio non voleva la morte di Isacco, ma la consacrazione del cuore di Abramo. L’altare che egli aveva costruito non è quello del sangue, ma quello della fiducia. Il sacrificio è già compiuto nel suo spirito. Lì, sul monte Moria – che la tradizione identifica con il futuro monte del Tempio di Gerusalemme – l’umanità intera riceve un’anticipazione del mistero pasquale: il Padre che dona il Figlio, il Figlio che si lascia offrire. La vita di Abramo si spegne pacificamente a 175 anni, nella terra di Canaan. Egli non ha posseduto nulla, se non una tomba, ma ha ereditato tutto: la benedizione di Dio, che da lui farà nascere Israele, la Chiesa e la moltitudine dei credenti. Da Isacco discenderà il popolo ebraico; da Ismaele, le grandi tribù arabe. Così, nella carne stessa di Abramo, si radica una fraternità universale che abbraccia i tre monoteismi della terra. Nel corso dei secoli, Abramo diverrà simbolo della fede pura, della speranza contro ogni speranza, dell’obbedienza che libera. Per i cristiani, egli è il modello di colui che accoglie la promessa compiuta in Cristo, nel quale “tutte le genti sono benedette”. Per la Chiesa, Abramo non è un personaggio del passato, ma un archetipo vivente: ogni credente, nel momento in cui dice “sì” a Dio, partecipa del suo viaggio verso la terra promessa. Così, nel silenzio del deserto, Abramo continua a camminare. La sua tenda è la Chiesa pellegrina nel mondo, il suo bastone è la Parola, la sua eredità è la fede. Ogni volta che un uomo osa fidarsi di Dio, Abramo rivive; ogni volta che una donna dice “eccomi”, Sara sorride ancora. E quando, nel cuore della notte, sembra che la voce del Signore si taccia, basta ricordare il suo nome, che significa “padre di molti”: colui che credette nella promessa, e per questo divenne padre di tutti i credenti.