Oggi la liturgia ci consegna un passo del Vangelo di Giovanni, al capitolo terzo, che non è solo pagina evangelica: è il cuore stesso della rivelazione cristiana, la sintesi di tutto il mistero della nostra fede. Poche righe, ma dentro di esse brucia l’intero fuoco del Vangelo: l’origine celeste del Figlio, il dramma della croce, l’amore infinito del Padre, il dono della vita eterna.
Il contesto è affascinante: Gesù parla a Nicodèmo, un fariseo, un maestro della Legge, uomo di cultura e di rango. Ma egli va da Gesù di notte. Non solo perché teme il giudizio dei suoi colleghi, ma perché ancora avvolto da una sorta dì oscurità interiore che però non lo blocca, ma li spinge alla ricerca. In questa notte, Gesù gli apre il cielo. Ed è significativo: la notte diventa cattedra, il buio diventa grembo di rivelazione. E’ la notte della luce! Non è così anche per noi? Quante volte proprio nel buio delle prove, nei momenti in cui non vediamo chiaro, Dio ci parla più profondamente. Qui Gesù dichiara la sua identità divina. Nessuno, dice, ha scalato i cieli con le proprie forze. Nessuna intelligenza umana, nessuna filosofia, nessuna religione ha potuto da sola raggiungere Dio. Solo Colui che viene dal cielo – il Figlio dell’uomo – può rivelarlo.
Sant’Agostino commentava: “Dio si è fatto uomo perché l’uomo, guardando a Dio fatto uomo, potesse innalzarsi a Dio”. E qui è la grande novità cristiana: non un uomo che si innalza verso Dio, ma Dio che discende verso l’uomo. La salvezza non è conquista, è dono. Non è frutto di un’ascensione faticosa, ma grazia che viene dall’alto. Gesù introduce un’immagine antica: Mosè innalzò il serpente di bronzo nel deserto, e chi lo guardava trovava guarigione. Quel segno misterioso ci dice che il male può diventare strumento di salvezza, che Dio sa trarre vita anche dalla morte. Così, dice Cristo, “bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo”. Notate il verbo: bisogna. Non è un caso, non è un incidente. È volontà del Padre, è necessità della salvezza. La croce non è errore della storia, è centro della storia. Lì Gesù è innalzato: agli occhi del mondo è vergogna, ma agli occhi di Dio è trono. La croce è scandalo, dice San Paolo, ma è anche potenza e sapienza di Dio. “Chiunque crede in lui ha la vita eterna”. La fede è descritta non come un atto puramente intellettuale, ma come sguardo fiducioso: guardare al Crocifisso e lasciarsi salvare. Così nel deserto il popolo non era guarito per virtù del bronzo, ma per obbedienza allo sguardo. Così noi: non per i nostri meriti, ma per il nostro credere. La fede è come dire: “Io da solo non posso salvarmi, ma Tu puoi”. È riconoscere che la croce, che agli occhi del mondo è fallimento, è in realtà medicina, balsamo, riscatto. Qui siamo dinanzi al versetto che molti hanno chiamato il Vangelo nel Vangelo. Dio ha tanto amato. Non poco, non in parte: tanto. Fino al dono. Non un dono qualsiasi, ma il dono del Figlio unico, del suo cuore, del suo stesso essere. Ed è un amore universale: “il mondo”. Non Israele soltanto, non i giusti soltanto, non i puri soltanto, ma tutti. Qui c’è il paradosso: Dio ama un mondo spesso ostile, ribelle, peccatore. Ma proprio quel mondo che non lo cerca, Dio lo ama fino a consegnargli il Figlio. E così si svela la natura vera di Dio: non un despota che domina, ma un Padre che si dona. San Giovanni Crisostomo scriveva: Se il re avesse un figlio unico, e per salvare i suoi nemici lo consegnasse alla morte, quale prova maggiore d’amore potrebbe mai dare?
Il Vangelo corregge un nostro frequente malinteso. Pensiamo a un Dio giudice severo, pronto a coglierci in fallo. Ma Gesù stesso afferma: il Figlio non è venuto per condannare, ma per salvare.
La condanna, se c’è, nasce dal rifiuto dell’amore. Dio non condanna: è l’uomo che si condanna quando rifiuta la luce. Come chi chiude gli occhi al sole: il sole continua a splendere, ma chi non vuole aprire gli occhi resta nelle tenebre. Che cosa ci dice questa pagina nel nostro tempo, nel cuore delle nostre lotte quotidiane?
Primo: che non c’è notte che non possa essere rischiarata da Dio. Nicodèmo va di notte, e nella notte riceve la luce. Secondo: che non c’è ferita che non possa essere guarita guardando al Crocifisso. Nessun peccato, nessun fallimento è troppo grande per il Sangue di Cristo. Terzo: che non dobbiamo mai pensare a Dio come a un accusatore. Egli non è venuto per giudicare, ma per salvare. Il suo cuore è più grande della nostra coscienza, dice San Giovanni nella sua lettera. Quarto: che la fede non è accessorio, ma scelta vitale. È questione di vita o di morte, di salvezza o di perdizione. Non basta una religiosità di abitudine: occorre credere, guardare, affidarsi. Il Crocifisso innalzato è la nostra medicina. L’amore del Padre è la nostra speranza. Il Figlio donato è la nostra salvezza. E oggi la Parola ci chiede una sola cosa: alzare lo sguardo. Non restare piegati sulle nostre miserie, non curvarci sui nostri limiti, ma guardare in alto, verso Colui che è stato innalzato per noi. Chi guarda a Lui non va perduto. Chi guarda a Lui ha la vita eterna. Perché Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio. E questo Figlio ha tanto amato noi da dare se stesso.E allora, non abbiate paura: fissate lo sguardo sulla Croce, e troverete la vita.