PRESIDENTE, PARTIAMO DAL NOME: “SPE SALVI FACTI SUMUS”. CHE COSA SIGNIFICA OGGI VIVERE NELLA SPERANZA?
Significa non arrendersi davanti alle ferite del nostro tempo. “Nella speranza siamo stati salvati” non è soltanto una frase: è una responsabilità. Quando incontriamo un ragazzo che ha attraversato il mare, ha conosciuto la solitudine e spesso ha perso molto prima ancora di diventare adulto, non possiamo limitarci a dirgli che tutto andrà bene. Dobbiamo costruire con lui le condizioni perché possa davvero sperare. La speranza diventa allora scuola, formazione, lavoro, amicizia, dignità e futuro.
PAPA LEONE XIV HA RECENTEMENTE RICORDATO CHE UNA FEDE AUTENTICA DEVE ARRIVARE SULLE “STRADE DELL’UMANITÀ” E PRODURRE CARITÀ, RICONCILIAZIONE E PACE. È QUESTA LA STRADA DELLA FONDAZIONE?
Assolutamente sì. Una fede che non incontra l’uomo rimane incompleta. La Fondazione vuole essere proprio questo: una presenza sulle strade dell’umanità. Non ci interessano soltanto le grandi parole; ci interessano i volti. La carità non è un sentimento passeggero, ma una forma concreta di responsabilità verso l’altro.
OGGI PARLARE DI MIGRANTI DIVIDE PROFONDAMENTE L’OPINIONE PUBBLICA. COME SI PUÒ USCIRE DALLA CONTRAPPOSIZIONE TRA ACCOGLIENZA E SICUREZZA?
Dobbiamo avere il coraggio di superare gli slogan. Accogliere non significa ignorare le regole, così come garantire la sicurezza non significa smettere di vedere la persona. Servono legalità, percorsi ordinati, responsabilità e integrazione. Il ragazzo che arriva deve conoscere i propri doveri, ma deve anche sapere di avere dei diritti e soprattutto di avere davanti a sé una possibilità.
QUAL È LA DIFFERENZA TRA ASSISTERE UNA PERSONA E RESTITUIRLE UN FUTURO?
Assistere significa talvolta rispondere a un bisogno immediato. Restituire un futuro significa accompagnare una persona affinché possa camminare con le proprie gambe. Per questo per noi accoglienza significa anche istruzione, formazione professionale, orientamento e inserimento nel mondo del lavoro. Non vogliamo creare dipendenza: vogliamo creare autonomia.
C’È UN’IMMAGINE CHE RAPPRESENTA MEGLIO DI TUTTE LA VOSTRA MISSIONE?
Sì: una porta aperta. Ma una porta aperta non è sufficiente. Bisogna anche avere il coraggio di entrare nella vita dell’altro, ascoltarlo e accompagnarlo. La Fondazione vuole essere una casa in cui una persona non venga definita dal proprio passato, ma riconosciuta per ciò che può diventare.
PERCHÉ AVETE SCELTO DI INVESTIRE SOPRATTUTTO SUI GIOVANI?
Perché un giovane non è mai soltanto una difficoltà da risolvere: è una possibilità. Ogni ragazzo porta con sé capacità, intelligenza, sogni e una storia. Se una società riesce a trasformare una fragilità in una competenza, una paura in una professione e una solitudine in una comunità, allora ha davvero costruito qualcosa.
PAPA LEONE XIV HA PARLATO CON FORZA DELLA DIGNITÀ DEI MIGRANTI, RICORDANDO CHE NON SONO NUMERI NÉ FASCICOLI. COSA SIGNIFICA QUESTO CONCRETAMENTE?
Significa chiamare le persone per nome. Significa ascoltare la loro storia. Significa non vedere soltanto “un migrante”, ma Mohamed, Youssef, Ahmed, Samuel, Daniel, Fatima, Amira o qualunque sia il loro nome. Dietro ogni pratica amministrativa c’è una persona. E la persona viene prima del fascicolo.
LA FONDAZIONE PARLA ANCHE DI LAVORO. PERCHÉ IL LAVORO È COSÌ IMPORTANTE NEL VOSTRO PROGETTO?
Perché il lavoro restituisce dignità, responsabilità e appartenenza. Un giovane che impara un mestiere non riceve soltanto uno stipendio: riceve la possibilità di dire “io posso”. È una delle forme più potenti di integrazione. Per questo vogliamo creare ponti tra formazione e imprese, tra giovani e professioni, tra talento e opportunità.
MA CHE COSA PUÒ DARE UN RAGAZZO STRANIERO ALL’ITALIA?
Può dare molto. Può dare energie, competenze, cultura, entusiasmo e nuove idee. Ma dobbiamo smettere di guardare soltanto a ciò che può ricevere. L’integrazione autentica significa anche riconoscere ciò che può offrire. Una persona accolta bene può diventare una risorsa per la comunità che l’ha accolta.
IN UN’EPOCA DOMINATA DAI SOCIAL E DALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, CHE COSA SIGNIFICA ANCORA “INCONTRO UMANO”?
Significa tornare a guardarci negli occhi. La tecnologia può aiutarci moltissimo, ma non può sostituire una stretta di mano, un ascolto, una parola detta al momento giusto. Anche Papa Leone XIV ha richiamato con forza la necessità di custodire l’umano in un tempo profondamente trasformato dalla tecnologia. La nostra sfida è usare il progresso senza permettere che l’uomo diventi secondario.
LA FONDAZIONE SI OCCUPA ANCHE DI CULTURA. PERCHÉ CULTURA E SOLIDARIETÀ DOVREBBERO STARE INSIEME?
Perché la cultura educa lo sguardo. Un uomo che conosce la storia, l’arte, la letteratura e la bellezza impara a comprendere meglio anche l’altro. La cultura crea ponti dove spesso la paura costruisce muri. Per questo immaginiamo eventi, incontri, mostre, musica, teatro, letteratura e iniziative capaci di mettere insieme persone provenienti da mondi diversi.
E LA LEGALITÀ?
È fondamentale. Non esiste vera inclusione senza legalità. La Fondazione vuole promuovere una cultura nella quale diritti e doveri procedano insieme. La legalità non deve essere percepita come un ostacolo, ma come la casa comune nella quale tutti devono poter vivere con dignità e sicurezza. Ma vorrei anche aggiungere che la legalità non deve trovare un ostacolo difficile da superare o un freno che rallenta e mortifica il percorso in una burocrazia formalista e paralizzante.
OGGI TANTI GIOVANI ITALIANI SONO SENZA LAVORO O SENZA PROSPETTIVE. LA FONDAZIONE VUOLE OCCUPARSI SOLTANTO DEI MIGRANTI?
La nostra missione nasce soprattutto dall’attenzione ai minori stranieri non accompagnati e ai giovani in difficoltà, ma la nostra visione è più ampia: costruire una società nella quale nessun giovane venga lasciato solo davanti al proprio futuro. Le fragilità non hanno nazionalità.
CHE COSA DIREBBE A CHI PENSA: “PRIMA AIUTIAMO I NOSTRI POVERI”?
Direi che non dobbiamo mettere la sofferenza in competizione. Un bambino che ha fame non è meno degno perché è nato dall’altra parte del Mediterraneo. Ma allo stesso tempo dobbiamo prenderci cura delle fragilità presenti nel nostro Paese. La vera sfida è costruire una società capace di moltiplicare la solidarietà, non di dividerla.
LA PAROLA “PACE” RISCHIA SPESSO DI DIVENTARE ASTRATTA. COME SI COSTRUISCE CONCRETAMENTE LA PACE?
La pace comincia da piccoli gesti: educare un ragazzo, insegnargli una lingua, accompagnarlo al lavoro, impedirgli di cadere nelle mani della criminalità, creare un incontro tra culture diverse. La pace internazionale nasce anche da queste piccole paci quotidiane. Se insegniamo a due persone diverse a vivere insieme, abbiamo già costruito un pezzo di pace.
CHE RUOLO POSSONO AVERE LE IMPRESE NELLA MISSIONE DELLA FONDAZIONE?
Un ruolo straordinario. Un’impresa può diventare una vera scuola di vita. Vorremmo incontrare imprenditori disposti non soltanto ad assumere, ma anche a formare. Un tirocinio può trasformarsi in un contratto; un contratto può trasformarsi in autonomia; l’autonomia può trasformarsi in una famiglia e in una vita pienamente integrata. È così che una buona azione diventa un investimento sul futuro.
E QUALE RUOLO POSSONO AVERE LE FAMIGLIE ITALIANE?
Possono fare moltissimo. Non tutti devono diventare volontari a tempo pieno. A volte basta aprire una porta, offrire una competenza, insegnare qualcosa, accompagnare un giovane, creare un’amicizia. La solidarietà non è soltanto ciò che si dona: è anche il tempo che si sceglie di condividere.
CHE COSA VORREBBE DIRE A CHI GUARDA LA FONDAZIONE DA LONTANO E PENSA: “IO NON POSSO FARE NULLA”?
Direi: non è vero. Tutti possono fare qualcosa. C’è chi può donare, chi può offrire professionalità, chi può mettere a disposizione un’azienda, chi può organizzare un evento, chi può insegnare una lingua, chi può semplicemente raccontare la nostra missione. La speranza cresce quando diventa comunità.
QUAL È IL SOGNO PIÙ GRANDE CHE VORREBBE VEDERE REALIZZATO DA SPE SALVI FACTI SUMUS?
Vorrei che un giorno un ragazzo arrivato in Italia da solo potesse diventare lui stesso una persona capace di accogliere qualcun altro. Sarebbe la prova che la solidarietà non si esaurisce nel momento in cui si riceve aiuto: si trasforma e diventa nuova solidarietà. Se riuscissimo a generare questa catena, avremmo davvero realizzato la nostra missione.
PRESIDENTE, SE DOVESSE LASCIARE AI LETTORI UNA SOLA FRASE PER SPIEGARE PERCHÉ VALE LA PENA AVVICINARSI ALLA FONDAZIONE, QUALE SCEGLIEREBBE?
Direi questa: non possiamo cambiare il mondo intero, ma possiamo cambiare il mondo di una persona. E quando quella persona ritrova la speranza, anche il nostro mondo diventa un po’ più umano. SPE SALVI FACTI SUMUS significa proprio questo credere che nessuna vita sia perduta, che nessun giovane debba essere soltanto il ricordo delle proprie ferite e che la speranza, quando diventa azione, possa davvero cambiare la storia.
La Fondazione non chiede soltanto di essere sostenuta, anche se questo rimane fondamentale e per questo continua a tenderti la mano. Chiede di essere conosciuta, incontrata e condivisa. Perché dietro ogni progetto ci sono persone. Dietro ogni persona c’è una storia. E dietro ogni storia può esserci un nuovo inizio.
Grazie a chiunque ci segue, ci sostiene, ci ama!
Monsignor Luigi Mistò