5 September 2025

Santi martiri Aconzio, Nonno, Ercolano e Taurino di Porto

La storia della Chiesa di Roma non si edifica soltanto sulle pietre immortali delle Basiliche apostoliche né soltanto sul sangue versato nei grandi anfiteatri, ma anche – e direi soprattutto – nei luoghi umili e periferici, nelle terre di confine, nei porti ove la vita quotidiana si incrociava con i venti del mondo. In quel lembo sacro che è Porto, l’antica città sorta alla foce del Tevere, là dove le acque del fiume si consegnano al mare, la Provvidenza ha voluto che brillasse la testimonianza luminosa di Aconzio, Nonno, Ercolano e Taurino, martiri gloriosi del Cristo. Porto non era soltanto un emporio di mercanzie, ma un laboratorio di culture e di incontri. Qui giungevano le navi da ogni angolo dell’impero; qui gli uomini si mescolavano portando lingue, costumi, religioni. E fu proprio qui, in questa terra di confine, che i figli della Chiesa piantarono la Croce di Cristo, sapendo che il Vangelo non teme né i venti né le onde, perché la sua forza è lo Spirito del Signore.

È in questo contesto che i nostri martiri offrirono la loro vita. Non ci restano pagine minuziose che raccontino i loro processi, i loro tormenti, le loro parole estreme. Ma non abbiamo bisogno di ciò: il silenzio stesso della storia è eloquente, perché testimonia come questi uomini siano stati assimilati a Cristo, resi simili al suo sacrificio pasquale, partecipi della sua vittoria sulla morte. I secoli non hanno cancellato i loro nomi. Li ha custoditi la Tradizione, li ha tramandati la venerazione dei fedeli, li ha inscritti la liturgia, che non dimentica i suoi figli più coraggiosi. Papa Formoso, negli anni travagliati del suo pontificato, volle trasferire le reliquie di Nonno, Ercolano e Taurino sull’Isola Tiberina, quasi a collocare quelle vite spezzate nel cuore pulsante di Roma. Così la loro memoria, nata nel porto, divenne patrimonio dell’Urbe, luce che continua a risplendere nel cuore della Città Eterna. E di Aconzio, altro testimone fedele, la Chiesa ricorda una chiesa a lui dedicata già nel X secolo. Segno chiaro che la sua fama di santità era viva, che il popolo lo invocava come intercessore, che il suo nome era pronunciato con venerazione da generazioni di cristiani.

Le leggende agiografiche collegano i nostri martiri alla figura di Sant’Aurea di Ostia, la vergine gloriosa che anch’essa testimoniò Cristo nel sangue. Non è un caso. La Chiesa, quando custodisce la memoria dei suoi martiri, li contempla sempre come stelle di una stessa costellazione: ognuno ha brillato in un’ora diversa, ma tutti insieme formano la volta luminosa che guida i credenti nel cammino della fede. Fratelli, quale messaggio ci viene da questi martiri di Porto? Essi non hanno lasciato scritti, non hanno fondato scuole, non hanno redatto opere teologiche. Eppure, con la sola forza della loro fedeltà, hanno pronunciato il più grande discorso che un cristiano possa offrire: il discorso del sangue versato per Cristo, senza tentennamenti, senza compromessi, senza paura.

In loro noi vediamo il riflesso della parola evangelica: “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”. I nostri martiri hanno perso tutto agli occhi del mondo, eppure hanno guadagnato la vita eterna; hanno subito l’ignominia dei carnefici, eppure hanno ottenuto la gloria degli angeli; sono stati considerati un nulla dagli uomini, eppure sono pietre vive nell’edificio eterno della Chiesa.