12 August 2025

Santa Giovanna Francesca Frémyot de Chantal

Ci sono vite che sembrano fiumi d’acqua limpida: scorrono silenziose, fecondano le rive, e si ritrovano nel mare di Dio. Ma ce ne sono altre che sono torrenti di montagna: nascono dall’alto, attraversano rocce e burroni, fragorose e impetuose, e ogni ostacolo non le spegne, ma le purifica.

La vita di Giovanna Francesca Frémyot de Chantal appartiene a queste ultime. Immaginatela bambina, nella Digione del XVI secolo, fragile nel corpo ma già fiera nello sguardo, educata da un padre magistrato che le insegna a trattare la verità come un diamante: si può custodire, si può donare, ma non si può piegare. La madre muore quando lei è ancora nel tempo delle ninne nanne, e l’assenza diventa la prima maestra del suo cuore: da quel giorno impara che ogni cosa bella quaggiù è fragile, e che soltanto l’Eterno non muore. Giovanna cresce, e come una rosa di maggio sboccia in sposa: Cristoforo, barone di Raboutin, diventa il compagno delle sue stagioni giovani. È madre, è castellana, è donna di casa e di tenuta, eppure non chiude mai il portone ai mendicanti: la nobiltà vera non è quella dello stemma inciso nella pietra, ma quella delle mani che si sporcano per servire. Poi il colpo, inatteso come un tuono in cielo sereno: un incidente di caccia, e il marito non c’è più. Le stanze del castello diventano cattedrali vuote. Lei non urla, non si ribella: piega il capo e sprofonda in Dio, come si sprofonda in un mare senza riva. Ma il lutto non è che il primo dei forni ardenti in cui il Signore la getta. Setti anni di umiliazioni, vissuti sotto il tetto del suocero manipolato da mani ostili, la scolpiscono nell’arte difficile della mitezza che non cede alla viltà. Non impara a piegarsi, ma a chinarsi davanti a Dio soltanto. Ed è allora, quando l’anima è già passata per il torchio della Croce, che il Cielo le apre l’incontro decisivo: san Francesco di Sales. Due anime che si riconoscono come due corde della stessa cetra, destinate a vibrare sotto la mano dello stesso Musicista divino. Lui le toglie dalle mani gli strumenti di penitenze aspre e le mette in mano un calice nuovo: quello della santificazione nelle piccole cose, della fedeltà umile, dell’obbedienza amorosa. Dal loro dialogo nascerà un giardino che ancora oggi profuma di Vangelo: l’Ordine della Visitazione di Santa Maria. Monasteri come cuori aperti, dove il silenzio non è fuga e la carità non è clamore, ma servizio discreto e costante. Quando la Chiesa – nella voce dell’Arcivescovo di Lione – chiede di cambiare rotta e di abbracciare la clausura, Giovanna non si ribella: la volontà di Dio è più importante di ogni ispirazione personale. In quell’atto, apparentemente di rinuncia, c’è la sua incoronazione: consegnare il proprio sogno alla Chiesa è l’atto supremo di libertà di un’anima che non vive per sé. Alla morte di Francesco di Sales, molti avrebbero pensato che il carisma si sarebbe indebolito; ma in lei, invece, il fuoco diventò fiamma ardente. Visitò monasteri, scrisse lettere infuocate di sapienza e di affetto, consolidò un’opera che, alla sua morte, contava 87 monasteri. Morì come aveva vissuto: in viaggio, “sulla breccia”, non da spettatrice della vita ma come combattente fino all’ultimo respiro. Eppure, se si volesse racchiudere tutta la sua vita in una sola frase, basterebbe una sua stessa parola: “Io non guarderò la strada lungo la quale mi farai passare, ma guarderò a Te, mio Dio, che mi conduci.” Questo è il segreto della sua santità: non guardare mai il dolore, ma Colui che lo trasforma; non fissarsi sull’opera, ma sull’Autore; non possedere nulla, per avere il Tutto. Santa Giovanna Francesca non è un ricordo relegato nei calendari. È una maestra di vita interiore per chi, oggi, tra i rumori e i clamori, vuole imparare l’arte divina di camminare guardando solo il Volto di Dio. Chi si ferma davanti alla sua storia scopre che la vera grandezza non è nelle vittorie umane, ma nella resa totale all’Amore eterno.

E mentre il mondo misura i successi in applausi, lei ci ricorda che la misura di un’anima è la profondità con cui sa inginocchiarsi davanti al Crocifisso e dire: “Tu solo mi basti”.